Il silenzio vivo

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V. Kandinskij, Alcuni cerchi, olio su tela, 1926

Del silenzio hanno parlato musicisti, poeti, scrittori, filosofi e santi, elogiandone la bellezza, spiegando il motivo della sua importanza, da cosa fosse differenziato e perché ne abbiamo bisogno. Sembra che la musica ne sia assolutamente distinta, come un suo opposto poetico, la sua controparte. Eppure, non soltanto il silenzio è molto meno inerte di quello che si pensa, ma è parte essenziale, componente significante della dinamica sonora.

Il silenzio, come il freddo o il buio o altri fenomeni fisici, non può essere descritto positivamente (come qualcosa che è) ma necessariamente come un negativo (anche se si dice comunemente di “fare” silenzio!): un non-essere. “Questo,” scrive V. Jankélévitch (La musica e l’ineffabile, 1998) “che non è un minus esse, una degradazione o una rarefazione del rumore, un carattere privativo o negativo della dimensione sonora (come, per esempio, l’infermità di un uomo afono), non è neppure una positività all’inverso. È a suo modo pienezza, e pertanto veicolo di qualcos’altro […] come la litote non è inespressiva, ma allusiva, e “l’espressivo inespressivo” non è un’espressione minore ma nel suo genere un’eloquenza contenuta, così il silenzio non è un non-essere, ma altro dall’essere.” Il silenzio non ci appartiene. L’uomo pretenderebbe di possederlo, ma il silenzio si può solo cercare oppure, per paradosso, ascoltare. L’ascolto non porta a possedere il silenzio, ma a verificarne l’impossibilità di esistere. Il silenzio, in fondo, è fatto puramente di ascolto.

Esistono due grandi silenzi dai quali nasce ed emerge la musica. Uno è quello che precede un suono, che mette in connessione l’esecuzione con l’ascolto. V. Kandinskij (Lo spirituale nell’arte, 1910) immaginava il bianco

come un grande silenzio che ci sembra assoluto. […] È un silenzio che non è morto, ma è ricco di potenzialità. Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere.

Lo si può associare ad un foglio prima che l’artista vi tracci i primi segni, una tela che manca ancora dei suoi colori, ma che è pronta a riceverli in infinite forme. Quel tipo di silenzio che deve fermare il tempo, appropriarsi del suo scorrere e fermarlo per affermare la sua esistenza.

Come un nulla senza possibilità, come la morte del nulla dopo che il sole si è spento, come un eterno silenzio senza futuro e senza speranza, risuona dentro di noi il nero. […] È come il silenzio del corpo dopo la morte, dopo il congedo della vita. Esteriormente è il colore con minor suono: su uno sfondo nero qualsiasi colore, anche se ha un suono flebile, sembra forte e preciso.

Come il risuonare dell’ultima vibrazione che si spegne nel vuoto che sancisce la fine di una musica. Questo vuoto non è morto veramente: troppi echi riverberano dentro ogni animo sensibile che ha vissuto la musica. Più che un silenzio, è un tacere assorto.

La pausa, la reticenza (aposiopèsi, ellipsis, suspiratio in gergo linguistico-retorico) sono figure del silenzio: “il tacere”, “l’interruzione” sono tecniche che interrompono improvvisamente un discorso (anche musicale) quando un tema è già stato annunciato o avviato. L’effetto retorico è dato dal lasciare a mezzo l’espressione di un pensiero, facendone tuttavia intendere perfettamente gli impliciti sviluppi e le prevedibili conseguenze (B. M. Garavelli, Manuale di retorica, 2003). Se questo è possibile in una lingua, è molto più difficile poter prevedere in certa musica quello che ne seguirà. Proprio per questo un uso intensivo insinua una grande componente di imprevedibilità, moltiplicando l’attenzione e aggiungendo un notevole senso di suspense.

https://www.youtube.com/watch?v=xbItUMgDL4U

Un esempio nella musica barocca (che di retorica musicale redige decine di trattati) sono i frequenti “sospiri” patetici (suspiratio): l’aria di Ottavia “Addio Roma, addio patria” dal III atto de “L’incoronazione di Poppea” di C. Monteverdi, è un’aria lamentosa in cui la legittima sposa di Nerone esprime singhiozzando la pena che prova nell’essere costretta ad abbandonare ingiustamente la sua terra. La pausa, in questo caso, è al completo servizio della parola, funzionale ad una mimesis, una perfetta imitazione del testo. Il significato delle parole e delle frasi stesse esigevano e chiamavano all’interprete o all’ascoltatore l’uso della pausa, tanto più in un’opera destinata alla rappresentazione teatrale, dove tutto contribuiva alla trasmissione dei sentimenti patetici, che facevano piangere e sospirare il pubblico in sala.

https://www.youtube.com/watch?v=Z5Xjz6ZuVk0

La musica si adatta, aspetta, o addirittura si interrompe a totale servizio di un discorso testuale poetico, ma può avere altri effetti. Le sospensioni culminanti di Händel – la Gran Pausa – dopo un caricamento di tensione progressivo avviato verso la conclusione, sospendono il movimento del discorso e ritardano semplicemente l’attesa cadenza finale, creando in questa maniera un momento di massima attenzione (basta ascoltarsi l’epilogo del celeberrimo Alleluja dal Messiah HWV 56). È la furbesca tecnica di far rimanere sulle spine, con il fiato sospeso, un pubblico che pende dalle labbra della musica e che non attende altro che il finale. In questo apice l’ascoltatore può formulare qualsiasi ipotesi, e nel tempo in cui l’ultimo accordo rimane in sospeso nell’aria, la sua immaginazione si prepara a qualsiasi soluzione.

https://www.youtube.com/watch?v=p5favl2Qtx0

Beethoven (nel periodo più silenzioso della sua vita) riutilizza gli effetti delle G. P. per es. nello Scherzo della Nona sinfonia op. 125. “Bizzarre” definiva Massimo Mila (Lettura della nona sinfonia, 1977) queste continue alternanze di suono e silenzio, di musica e pause, “che costituisce una delle originalità di questo Scherzo”. Beethoven stesso ammise di ammirare la musica di Händel (di cui possedeva l’opera omnia, sulla quale studiava), per cui non è difficile spiegare l’origine di tali “bizzarrie”, ma anzi, si possono così giustificare come persistenze di formule antiche, riscoperte con nuovi significati e possibilità espressive. Il silenzio, tuttavia, serve ora a separare, a distinguere momenti diversi, e a frammentare i discorsi. L’autore ha trovato la necessità di staccare le parti, senza metterci dentro niente. Questi vuoti spiazzano l’ascoltatore, lo disorientano. Interrompendosi ex abrupto nei momenti più inaspettati, Beethoven sembra farsi burla delle consuetudini formali, “scherzando” (è il caso di dirlo) le aspettative del suo spettatore. Alcune sono puramente scenografiche, altre, come le cadenze, dividono alcune sezioni che danno la forma al brano (se notiamo, delle pause evidenziano gli elementi tematici più caratteristici, delle altre concludono intere sezioni della forma A – B – A tipica dello Scherzo, per esempio la fine dell’esposizione).

http://indavideo.hu/video/Cage_4_33

Come si può parlare del silenzio senza soffermarsi sull’artista che più di tutti vi si è concentrato? John Cage, da eclettico personaggio quale era, ha rivalutato profondamente la sua importanza, elevandolo alla stessa dignità della musica. Eseguito per la prima volta nel 1952, 4’33’’ il brano “per qualsiasi strumento o combinazione di strumenti”, richiede al musicista di preparare il necessario per l’esecuzione ma di non suonare il suo strumento per la durata indicata dal titolo di 4 minuti e 33 secondi. L’idea gli nacque dopo un’esperienza nella anechoic chamber all’Università di Harvard, una stanza completamente insonorizzata dove è eliminato ogni tipo di rumore. Al suo interno si accorse di avvertire comunque due suoni nelle orecchie: uno basso e continuo, e l’altro acuto, quasi come un fischio. Quando gli spiegarono che quelli che aveva sentito non erano altro che i suoni del suo corpo, della pressione sanguigna e del sistema nervoso, giunse alla conclusione che il silenzio assoluto non esista. A proposito sono nate ipotesi secondo le quali la durata del brano non fu una scelta casuale: 4 minuti e 33 secondi corrisponderebbe alla durata di 273 secondi in tutto. -273° Celsius è la misura dello zero assoluto (0° Kelvin) che è infatti la temperatura dove niente può sussistere, vibrare, disporre di energia vitale.

Il silenzio di Cage è un silenzio bianco, vivo e acceso, pronto ad aprirsi alla comprensione dei suoni. Per lui ciò che non è musica non si risolve in un nulla, ma in ciò che esiste, che spicca da questo vuoto che si è aperto in una ‘musica del reale’ (fatta di sussurri, fruscii, colpi di tosse, brusii, …). Non è tanto una provocazione su ciò che noi chiamiamo e consideriamo comunemente ‘musica’, poiché trasformare in arte ciò che non siamo abituati a considerare arte è la poetica artistica di Cage. Il silenzio (come il rumore) può essere parte della musica se lo si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica. Diamo invece uno sguardo alla “partitura”.

tacet

I tre movimenti di 4’33” di John Cage (1952)

In notazione musicale, ed in particolare nelle parti degli strumenti d’orchestra, TACET (latino per “tace”) indica che in quel particolare movimento lo strumento non suona. In questo caso non suona in nessuno, ma può suggerire che altri “suonino” nel frattempo, che altra musica stia suonando contemporaneamente. La musica di Cage molto spesso è una provocazione filosofica, che istiga a riflessioni che trascendono la natura fisica dei suoni. L’ascoltare diventa il soggetto più che la natura del silenzio, o la sua esistenza. Farci accorgere che siamo circondati da rumori a cui di solito non facciamo caso, che il nostro quotidiano è immerso continuamente in un ambiente ricco di suoni, era l’obiettivo essenziale dell’artista, e l’ha efficacemente evidenziato, portando nelle sale da concerto una nuova forma di ascolto.

http://www.dailymotion.com/video/x10yqx7_arvo-part-miserere-1989_music

Un ultimo esempio per concludere è il Miserere di Arvo Pärt del 1989. È facile associare alle parole di Kandinskij le impressioni che possono sorgere naturalmente ascoltando questa musica. L’austerità sacrale dei singoli suoni che emergono dal silenzio (un silenzio ieratico, da fondale d’oro), nello stile tintinnabuli inventato dal compositore estone. L’affascinante rintocco delle campane e la progressiva semplificazione della sua musica, basata sull’eliminazione del “superfluo” e dell’esagerazione, lo hanno condotto ad uno stadio di assoluta valorizzazione di elementi minimi.

Queste pause significano molto: seguono ciò che è stato detto prima e preparano quanto verrà. Ora, rimanere in silenzio può significare semplicemente respirare o (udire) il battito del cuore. Penso che dovremmo essere più sensibili alle pause e alla riflessione, ed evocare questa riflessione e questa condizione di stabilità nelle persone cui è destinata la nostra creazione” (A. Pärt in Dujka Smoje, “L’udibile e l’inudibile”, Enciclopedia della musica, Einaudi).

L’isolamento dei punti di colore separati che affiorano da un profondissimo abisso conferisce loro molto più significato e spessore, trasformando ogni azione in un gesto sacro, ogni suono indispensabile, ogni momento ricolmo di mistero. L’importanza formale del silenzio sta proprio nel valorizzare ciò che lo differenzia: uno spazio pronto ad accogliere e a distribuire architetture. Il silenzio è un luogo di organizzazione di eventi nel tempo, che conferma la musica come la più metafisica delle arti.

Ci si può accorgere di quanto sia mutata la relazione dei musicisti e dei compositori nei confronti del silenzio. Le stesse più palesi funzioni della musica si sono evolute: da dense di significato (quasi sempre compagne del testo) e non separate da un ruolo che ne giustificava l’utilizzo (la preghiera, la rappresentazione spettacolare, la declamazione poetica), si è via via liberata (come musica strumentale diventerà assoluta e universale con la sinfonia romantica) fino alla sua recente emancipazione da un ‘obbligo’ comunicativo, rinunciando a “dire qualcosa” a tutti i costi, accogliendo in sé il silenzio come sua parte legittima. La musica contemporanea ha fatto un uso innumerevole dei silenzi e dei limiti del suono, tendendo ad una concezione moderna, contemplativa dell’evento sonoro (cominciata con Debussy, e da Cage esposta programmaticamente).

Ci sarebbe stato molto altro da poter dire, e molti altri esempi da poter ascoltare, ma se questo argomento ha incontrato il vostro interesse non si può non suggerire la lettura di Mario Brunello, uno dei violoncellisti italiani più apprezzato al mondo: “Silenzio” (Il Mulino, 2014), una lettura ricca e poetica, che offre moltissimi spunti di riflessione e profonde considerazioni sulla musica, sull’arte e sulla vita.

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La difficoltà di fare poesia

Una panoramica

Vorrei in questo articolo parlare non tanto del come fare poesia o del perché, – non credo si possa insegnare o prescrivere cose del genere – ma del modus operandi, del principio che dovrebbe spingere qualcuno a comporre in versi. Non entro nei particolari, non voglio esaminare casi, né proporre esempi, non a caso questa vuole essere più una panoramica che una dissertazione.

Il tutto è cominciato con la lettura di quest’altro articolo. Davvero i “poeti” odiano la poesia? Ma quale tipo di poesia? Si spera che i moderni sedicenti “poeti” diano qualche sfogliata ai manuali di retorica. Si spera (si spera!) che leggano almeno i grandi maestri che ci hanno preceduto: che un Montale, un Saba, un Neruda, un Mallarmé, non siano nomi sconosciuti. Come minimo, per sapere cosa hanno fatto loro, e, soprattutto, come! Spesso per queste categorie di “poeti” le conoscenze si fermano agli studi liceali, sebbene la qualità dell’istruzione lascia un po’ a desiderare, e ci si augura che se la passione c’è, magari si rincorra un ideale di bellezza (magari!).

Messi in salvo tutti questi chiarimenti, non voglio aggiungere un ulteriore articolo che sottolinei ancora una volta quanto l’Italia sia piena di scrittori, ma povera di volontari che abbiano la forza e il coraggio di leggere. Carta che satura un mercato editoriale già obeso, e che abbassa generalmente il livello letterario (se pur c’è un nuovo Ungaretti, come riconoscerlo tra il marasma?). Si può giustificare che i dilettanti ci siano sempre stati, e nel passato come oggi hanno sempre tartassato amici e parenti vantando doti non corrisposte.

I poeti sono dunque diventati una progenie odiata, la poesia un “errore evolutivo, un baco concettuale”… Il motivo è probabilmente da imputare a quelli che hanno reso la forma d’arte più elevata e complessa, una banalità, una ridicola espressione di pensierini e di sentimentalismi grezzi e superficiali. Con la scusa di una accessibilità universale, si ammette dare voce a tutti, democraticamente senza criterio, sommergendo la qualità ed il merito. Sono scettico sul fatto che “tutti possono essere poeti”, piuttosto propenderei in un più logico “tutti possono scrivere”, ma con risultati ben lontani dalle più ottimistiche speranze. La genialità c’è ancora, sotterranea, nascosta nel guano, eppure soffocata e frustrata. Non demonizzo chi scrive poesie, semmai disprezzo chi si esalta con lavori di dubbio valore (qui un altro articolo interessante). Non pretendo nemmeno di odiare la poesia: io sono uno di quelli che, nonostante tutto, cerca di difenderla nella sua purezza.

Avete mai visto uno stormo di gabbiani appollaiati su una montagna di guano da loro stessi prodotto, come si lanciano richiami che sembrano d’amore, di guerra o di fame? Si stanno dicendo il mio guano è meglio del tuo guano, non c’è guano migliore del mio, non avrai altro guano all’infuori di me. E se mai avete visto un poeta “offendersi” perché gli è stato tolto anche un centimetro quadrato di spazio trash, allora avete imparato il linguaggio degli uccelli.

http://mediaevo.com/i-poeti-sono-impossibili-%C2%B7-alessandro-carrera/

 Ma allora perché è così facile dichiararsi “poeti”, e così difficile fare poesia? Può essere che certa poesia nasca (romanticamente) da un improcrastinabile stimolo interiore (la necessità interiore di Kandinskij), un’altra eventualmente può anche essere frutto di una pacata e lucida composizione a tavolino. Non c’è metodo sbagliato. Questo però non deve esimere da una conoscenza degli strumenti della lingua (essendo una forma di comunicazione, artistica, ma sempre ‘comunicazione’), della comunicazione, e quanto basta per conferirle umanità, dato che ci possiamo permettere il lusso di non essere macchine! Non c’è la formula per la qualità e per la perfezione, la sensibilità è uno dei metri che abbiamo per poter giudicare. Fortunatamente c’è ancora qualcuno che sa fare bella poesia anche al giorno d’oggi.

Mi si potrebbe avanzare l’obiezione, assolutamente legittima, del “Chi sono io per criticare?” o del “Prova te a far di meglio, allora”. In effetti se parlo un po’ di questi argomenti è proprio perché mi stanno a cuore, e perché, ai lumi delle stelle e della Luna, ho versato anch’io qualche strofa, ma mi ritengo indegno di apparire stampato, principalmente per pudore e per rispetto. Io non ho nessuna autorità per dare consigli, sono uno dei tanti che sciaguratamente si prende la briga di dire ogni tanto la sua opinione (come in effetti va tanto di moda adesso). Spero solo di non dire cose troppo stupide.

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Josef Rheinberger – Il canto della sera

quinte parallele

Pare ormai attestato come prodigi del calibro di Wolfgang Amadeus Mozart o Felix Mendelssohn Bartholdy fossero già attivi come compositori e musicisti sin dalla più tenera età, affermandosi grazie al loro talento già durante gli anni dell’adolescenza. Di esempi di tali virtù e precocità se ne possono scovare tanti nel corso della storia della musica, ma senza sforzarsi troppo né allontanarsi dai due esempi sopra citati vi è un nome che merita di essere ricordato: Josef Rheinberger.

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Virgilio Guidi (Roma, 1891 – Venezia, 1984) – Poesie

Virgilio Guidi, San Giorgio 1957 olio su tela  cm 50x70

Virgilio Guidi, San Giorgio 1957 olio su tela
cm 50×70

Raccolta personale di poesie apprezzate e ritenute interessanti dalla sua raccolta (“Poesie” stampato nel 1968 da Rebellato a Padova) dalla collana “Quaderni di poesia II” dell’editore.

SPAZI DELL’ESISTENZA (1959)

Inafferrabile forma
Tu sola inafferrabile forma
sei vera: che segretamente
nell’alveo della materna luce
l’essenza del mondo tutta racchiudi.

Ogni giorno
Ogni giorno negli abissi del male
il mondo trova un bene sconosciuto.

[frammento]
Ogni cosa è vera nel silenzio
ma se parli verità dilegua.

Un tempo o l’altro
Un tempo o l’altro è la stessa storia
un’anima sale e un’altra discende,
la fossa della morte rigurgita di vita
e il vivere non è che l’ansia di morire.

Non mi contraddico, spirito della vita,
se vedrai volgere l’abbraccio ad occidente
al sole che ritorna nella luce odorosa
d’una perenne infanzia.

Non mi contraddico
se m’adagio sulla tenera erba del prato
e aspiro il delicato odore della terra.

POESIE (1968)

Nacqui mille volte
Nacqui mille volte dalla stessa Madre
e nacque il mito della sua spoglia.
Sulle vicende umane
è ancora vero il mito:
un tempo lontano vidi una rosa
e quella è viva in tutte le rose.

È questa l’estate
È questa l’estate senza primavera,
la grande estate senza autunno
sulla soglia dell’eterno.
O Grazia,
o Malinconia,
o Potenza,
o Stanchezza,
abbracciate alle ombre del tempo.

[frammento]
se tutti gli occhi fossero vivi
non sentirei, amico, il bisogno di parlare.

Lo splendore di luce
Lo splendore di luce
di una bellezza misericordiosa
ricopre un inferno ardente
d’inesausta vita e potenza.
E le cose dell’inferno alla luce
transitano invocando la forma.
O libertà di dormire e sognare
ch’io assapori per lunghe ore
la pace tra la luce e l’inferno.

POESIE PER GIULIA

Il deserto
Il deserto è deserto, Giulia,
ma tante splendide luci
lo illuminano.
Tutto è morte, ovunque è morte
ma dalle tombe ritornano i morti.
Quando saranno tutti ritornati
la materia sarà corpo dello spirito
non più solitario e scontento.

La grande moderatrice
Il male che nasce sulla terra
non ha debellato l’amore
ma nella morte siamo soli.

Dolorosa bellezza
Tale è, Giulia,
la bellezza del mondo,
dolorosa bellezza.

[frammento]
solo la morte è immortale, Giulia.

[frammento]
ognuno è più sé stesso a notte alta

Sorelle indivisibili
Ed è vero che tutto è morte, Giulia?
Ma se tu apri l’anima
alla luce d’ogni giorno
la morte si veste di abiti eterni
e tutto è eterno.
Amore è nella sua potenza
e accoglie la vita e la morte,
sorelle indivisibili,
e la medesima luce che rivela le cose
rivela te a te stessa
lungo il tempo.

Mai fosti
Mai fosti così chiara
miseria dell’umana grandezza,
mai ebbe tanta grandezza la morte
e tanta vergogna la grandezza;
tu non senti che voci di assassinio,
mai sarà assassinata la morte.

La Luce
Quando Iddio creò l’Universo
sparse il suo intelletto
e fu luce.

Notte
E tutto fu spaventosamente muto
quand’ella si immerse nel lungo sonno
rivolse lieve latesta e più non mosse
e immobili furono tutte le cose.

Non è tempo di morire
Fedele alla parola non detta
m’allontano dalle cose non vere.
Tu sola conosci la parola
Giulia, vinci il male,
non è tempo di morire.

Ogni atto di vita
Ogni atto di vita è immenso
se hai memoria della morte, Giulia.

Venti contrari
E soffiano sempre venti contrari.
Turbe di nuvole
e inutili morti.

Chi sei
Chi sei, che fai, dove vai
cadavere ambulante,
tesoriere della ragione?

Il tempo della vita
Che cos’è il tempo se non hai memoria
del tuo lungo viaggio
attraverso le notti e i giorni dell’anima?
Se tu non hai memoria delle cose
qual è il tempo della tua vita?
E quello di cui porti i segni sul volto
e l’immortalità degli atti e degli attimi
nella coscienza?

Non so chi tu sia
Amore, non so chi tu sia
una finzione terrestre
o un memorabile inganno?

Disputa
Vidi e udii venti contrari
disputarsi il cielo
metà splendente
metà tenebroso
volare mostri nella luce
angeli nelle tenebre.

Filari d’alberi
Il giorno riversa le angustie
alla notte;
è grazia allora dormire
sognando
filari d’alberi
in cammino verso la luce.

Troppi uomini uccidono
La luce può ignorare l’ombra
ma l’ombra non ignora la luce.
E più in là del più lontano astro
un altro è d’inspiegabile potenza.
E qui il tiranno non sa dormire
perché so corica come tiranno.
E troppe madri patiscono
e troppi uomini uccidono.

La Verità
Le teorie si inabissano
nel fondo di chi le escogita;
le verità vanno nel tempo
senza paternità alcuna.

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“Epico”

Albrecht Altdorfer, La Battaglia di Alessandro ad Isso, olio su tavola, 1529 (Alte Pinakothek, Monaco)

Albrecht Altdorfer, La Battaglia di Alessandro ad Isso, olio su tavola, 1529 (Alte Pinakothek, Monaco)

Pensavo, riflettevo, e mi meravigliavo dell’uomo. Passeggiavo o camminavo (non so più dove) per strada un giorno, e dai miei pensieri incostanti sorse un pungolo decisivo: “Chissà quante altre persone, quanti popoli hanno solcato il terreno che io adesso, ignaro passante, sto calpestando incurante… Quante e quali generazioni hanno visto mutare e trasformarsi questo angolo di Terra…”. Mi sembrò di agire, allora, su una lente, la lente di una grande macchina, che amplia il fuoco dell’obiettivo del mio tempo, dalla mia era, per includerne altre di passate e altre di future. Le proporzioni degli oggetti, delle esistenze, delle storie, si rimpicciolirono mostrandosi per quello che erano effettivamente: minuscole pagliuzze in un campo sterminato. Mi resi conto che con l’emarginarsi dei piccoli fatti insignificanti, contemporaneamente prendevano forma e si distinguevano dei contorni di grandi masse, gigantesche a doverle descrivere, che rappresentavano le sembianze; ciò che appariva delle grandi Eternità, gli avvenimenti con le lettere maiuscole: la Vita, le Guerre, il Cambiamento, la Storia. La visuale aumentava, si vedevano più cose insieme e nelle loro relazioni, si comprendeva il giusto e si capiva lo sbagliato. Si ampliava il respiro della narrazione (come nelle letterature) e si abbracciavano più prospettive contemporaneamente. L’interpretazione non era più univoca, ma soggetta a moltiplicazioni. Così, le singole storie particolari prendevano nuovi significati, e ridimensionando gli orizzonti si giustificavano le sbavature e gli errori quotidiani. Non potevo non confrontare l’esistenza terrena, singolare e univoca, con le vaste immensità stellari, cosmiche e universali. Ancora oggi adoro perdermi nelle contemplazioni dei misteri arcani degli inizi e delle fini. Senza volerne indagare e svelare il progetto, ma ammirandone la semplice e perfetta armonia: “Io sono qui. Io esisto. Faccio parte di questo Universo.”. Le cose assumono, quindi, tutta un’altra prospettiva dopo questi voli pindarici, non vedo più una vita, ma l’esito e la storia di una famiglia e di una generazione, che è passata e che passerà. Non vedo più una terra, ma il luogo casuale di passaggi, di incontri, di scambi e di combinazioni. Nella Storia spiccano grandi personalità, che col potere o con l’inganno, hanno aiutato a muovere masse di persone per assecondare fini nobili e meno nobili. L’unione di popoli che insieme hanno deciso del loro destino, le tragedie belliche, l’avanzata autoritaria del progresso. In tutto questo enorme scenario le vite umili non si distinguono neanche, eppure formano l’humus prezioso dove tutto fiorisce e che il tutto alimenta. Presenza invisibile ma essenziale. Poco serve lo sforzarsi per emergere: il tempo sceglie chi vince e in breve tutto viene nuovamente risepolto. La vita è un passaggio fulmineo sulla Terra, quel che più conta è viverlo al meglio. Senza toccare le inevitabili digressioni sull’omnia vanitas, quello che mi premeva di confessare era lo strabiliante sentimento di ricchezza che dopo simili viaggi mentali ti si espande nel corpo. Ti senti parte di un tutto, un ingranaggio della Grande Macchina. Senti di vivere con nuova coscienza il presente, che altro non è che la momentanea coincidenza di quel che era passato e di quel che sarà futuro. La responsabilità è tutta e solo nelle nostre mani: siamo noi che dobbiamo decidere il giusto per tutti. Dopo aver toccato le meraviglie abissali della natura, si può essere ancora convinti che il proprio orizzonte sia il più vasto? Io credo di no.

AP

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Ritorno di un soldato

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Non costringetemi, no, a tornare con la mente a quei tempi. Non è mio desiderio ricordare tanto tristi episodi, non è mia volontà. Sarebbe come inoltrarsi di nuovo dentro quelle nebbie, ripercorrere quelle vie… Non posso… Un dolore immenso mi opprime, e riesumarlo non fa che acuirmelo. Simili fantasmi non posso alimentare con queste tragiche nostalgie. Sarebbe stato meglio non viverle affatto o dimenticarle troppo presto. Ma la mia memoria purtroppo non falla e sono ancora qua, stupito dell’odio umano. Ricordo il giorno preciso in cui rientrai dal confine, uomo sperduto tra un esercito di soldati, e sospirai forse per la prima volta. Lontano finalmente da quegli orrori, dalle trincee e dal fronte armato, luoghi di perdizione e di estrema follia. Era di mattina che i treni trasportavano i reparti per separarli uno ad uno. C’era una nebbia fitta e compatta, che non permetteva di distinguere nessun paesaggio amato, quasi fosse già stato cancellato. Inermi e increduli vivevamo quella situazione irreale come un sogno. Ci fu chi confessò storie incredibili e chi narrò di altri incubi sorprendentemente identici. Il tempo sembrava sospeso e il vagone si guardava come incantato, mentre le rotaie fendevano la nebbia avvicinandosi, senza poterla vedere, alla meta: alla mia casa. Non sapevo immaginarmi cosa aspettare, o meglio lo sapevo fin troppo bene, ma speravo che la realtà deludesse la fantasia. Scesi inatteso alla stazione affollata (stazione civile, donne e bambini, da quanto tempo non ne vedevo!) Il cielo bianco divenne sempre più grigio e le prime gocce cominciarono a cadere su di noi. Quel noi diventò presto un tu, e infine solo un io. Recuperai i miei effetti e raccolsi la sacca con dentro tutto ciò che un uomo non potrà più dimenticare. Presto la pioggia si fece intensa e cominciò a raccogliersi in pozzanghere numerose. Con estrema meraviglia mi accorsi che il paesaggio davanti a me non era per niente lo stesso che avevo lasciato. Buche profonde e scheletri di case attirarono subito il mio sguardo. La stazione stessa era danneggiata dai bombardamenti, e dove prima s’innalzavano degli alberi, adesso cumuli di macerie ne avevano preso il posto. Il profilo dei tetti, una volta continuo e omogeneo, ora soffriva di gravi e vaste lacune, mentre da alcuni punti lontani s’innalzavano ancora delle colonne sparse di fumo. Il mio cuore ebbe un tuffo nel dover riconoscere zone conosciute e amate sin dall’infanzia nelle grottesche deformazioni e distruzioni della guerra. Attraversai quartieri che a stento arrivai a riconoscere. Vidi palazzi svuotati dei loro piani godere solo delle loro misere facciate. Confusi le strade per le case e le case per le strade. Non ritrovai più la via di casa e mi persi in mezzo a questo dolore. Incontrai vedove che piangevano i figli, riconobbi famiglie di decimati e seppi di orfani senza genitori o di genitori orfani dei loro bimbi. Non volli sapere altro da chi incrociavo per via, non volevo conoscere altro. Tanta tristezza non riuscivo ancora a sopportare, sebbene un fardello più pesante gravasse sulle mie spalle. Venni condotto per vie irriconoscibili, portato per mano da chi vide cadere la propria casa, sconosciuti sentieri in una città non più mia. Mi dissere che quella era la direzione, mi dissero quando girare, dove andare per sapere di casa. Io andai, chiesi e seguii i sentieri tracciati col fango. Qui, sotto la pioggia, ritrovai un pezzetto di vita, le case intere e intatte, la gente che salutava felice, ridere e giocare di bambini contenti. Ma le gioie sono sempre degli altri: a me rimaneva un muro e tre croci da piangere in cimitero.

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Morte del sogno

Pedro Salinas (1891 – 1951)

Non si capisce un sogno
se non quando si ama un essere umano,
lentamente, molto lentamente
e con poca speranza.

Per te ho conosciuto il volto
di un sogno: occhi soltanto.
La faccia dei sogni
é puro sguardo, viene dritta
dicendo: “Te scelgo, te, tra tutti”,
così come fa un raggio o la fortuna.
Gli occhi di un sogno mi scelsero,
e sempre crederò fossero i tuoi.

Per te pure conosco
come un sogno si pettina.
Con qual cura divide i suoi capelli
in una riga che ricorda
la striscia che sull’acqua traccia
la luna nascente dell’estate.
La mia mano, o l’ombra della mia mano,
o forse nemmeno l’ombra,
la memoria, soltanto, della mia mano
mai accarezzò una chioma
così lenta e profonda
come quella del sogno che mi hai dato.

Nei capelli, nei capelli del tuo sogno
i miei pensieri si intramarono,
entrando poco a poco, e si smarrirono
volutamente in loro, e più non voglio
riscattarli: loro gloria è questa.
Che stiano lì, che tutto dorma
sopra la disciolta
memoria che l’anima mia ha lasciato
ai tuoi capelli intrecciata.

Per te ho conosciuto un sogno delle mani.
Per te la mia mano di mortale materia
ha toccato dita
così tremule, così lievi,
come ombre di pioppi nell’acqua,
dita di sogno che sfiorano il mondo
sì che appena le senta
solamente la fronte degli eletti.
Per te ho conosciuto un sogno delle mani,
o di quelle che sembrano mani, ali.
Le ho tenute tra le mie,
un anno e poi un anno e un anno ancora,
come si tengono le mani di una persona che parte,
fingendo sia per dirle addio
diventa il benvenuto del ritorno.
Per te ho appreso il linguaggio
così breve e misterioso dei sogni.
Potrebbe essere chiuso nel cristallo
di una goccia d’acqua.
Fatto di due lettere i cui segni
alludono con la retta e la curva
all’umana coppia, uomo e donna.
”Sì” dice, solamente ”sì”.
I sogni non dicono altro.
Ci dicono ”sì” o tacciono nella morte.

Per te ho saputo come i sogni camminano.
Vanno a piedi nudi
e sembrano ancora più alti.
L’anima che attraverseranno rimane
come la riva che Venere per prima toccò
arrivando dal mare, e fece beata
degli indelebili segni del mito:
le orme degli dei non si cancellano.
Nel vasto rumore dei passi
che scavano città colossali,
il mio orecchio a volte coglie
un lieve suono di foglia secca,
o di albero nudo: ed è che ti avvicini,
per i celesti viali solitari,
è che vieni da me, dal mio sogno.

Ho saputo per te di che colore
è il sangue di un sogno. L’ho visto,
quando un giorno tu apristi le sue vene,
fluire dolcemente, lieve, come il giorno
più bello d’aprile, che non vuole
morire così presto e si dissangua,
lentamente, triste, ricordando
la gioia della sua vita:
l’aurora, il mattino, ormai perduti.

Per te ho assistito, poiché lo volesti,
al morire di un sogno.
E muore poco a poco
come il campo agonizza  nel grembo
del crepuscolo, ai piedi di un’altura.
E prima ciò che affiora dalla terra,
l’erba per prima si oscura;
poi, nell’albero, le foglie della cima
in cui la luce trepida resiste,
e infine il cielo tutto fino al sommo.
Sempre i sogni cominciano a morire
dai piedi, che si stancano a portarli.
Come il cielo di un sogno resta agli occhi
ciò che per ultimo nello sguardo si spegne.

E per te ho visto quel che mai avrei visto:
il cadavere di un sogno.
Lo vedo, ogni giorno, alzandomi, nella mia faccia.
(Tu volgi ora lo sguardo ad altro volto.)
Lo sento nelle mani,
enormi fosse colme della tua assenza.
Sta immobile nella tomba del mio petto
Mi risuona nei passi
che vanno, come vivendo, alla mia morte.
E già conosco l’ultimo segreto:
il cadavere di un sogno è carne viva,
è un uomo in piedi, che ebbe un sogno
e qualcuno lo uccise. E finge vivere.
Ma prima d’essere se stesso morto
non è che un cadavere di un sogno.
Per te saprò, chissà, come vivendo
si può resuscitare, in mezzo ai morti.

(mi rammarica molto non conoscere il nome del traduttore: se qualcuno, per caso, conoscesse questa versione, farebbe una grande onore a questa meravigliosa poesia e a colui che vi si cimentò, commentandola)

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Il giardino delle Esperidi

Narrano gli antichi, ai tempi delle origini
di tutte le cose e di tutti gli Dei,
che ai più estremi confini occidentali,
in terre mai solcate da piede mortale,
tra i monti ove il divino Atlante regge
immensa la volta celeste, nascosta
tra rocce e valli deserte, un muro
antico quanto il mondo custodisce
il prezioso giardino degli Dei.
Proprio là, non lontano dalle bronzee
porte del Tartaro oscuro e del mondo
dei Sogni dalle eburnee porte
e dalle infinite acque del fiume
Oceano che le terre tutte col suo flusso
avvolge, le giovani ninfe Esperidi,
figlie della notte caliginosa, vigilavano
l’albero dei pomi famoso che fruttifica
d’oro, dolci mele preziose.
Antico dono della madre Terra alla
stirpe divina di Zeus, unito a nozze
con Era fiorente, la quale pose a protezione
per l’amato fusto il serpente
centocrinito Ladone, che, sempre avvolto
con le sue molte spire sul largo tronco,
bene fa da guardiano ai tesori divini.
In quelle stesse scure regioni, terre
prodigiose, termina e finisce il suo
ampio ciclo Elios, guidato dal carro di
Febo Apollo, che ferma a far pascolare
gli ardenti destrieri Pyrois, Eous, Aethon
e Phlegon mentre danzano per mano
le tre belle Grazie sorelle. Così che
sempre quelle regioni sono colorate
al tramonto dello stesso colore delle
mele fruttuose, e trascorre le ore
del sonno mentre la sua sposa Notte
abbandona salutandolo alla soglia
della dimora partendo per il suo giro.
Di fronte a loro il possente figlio di Giapeto
mantiene l’ordine tra cielo e terra.
Solo un uomo, di stirpe immortale,
riuscì potente nell’impresa: Eracle,
figlio di Alcmena e di Zeus olimpio,
che su ordine di Euristeo tiranno,
compì le sue fatiche come da destino.
Sconfisse Cicno brigante, catturò Nereo
vegliardo presso l’Euridano, che gli
indicò la via da seguire per gli ultimi
recessi delle lontane terre occidentali.
Nel Caucaso, mosso a pietà, liberò
il titano Prometeo uccidendo l’aquila
vendicatrice e sciogliendo le catene ferrose,
quindi in Africa stritolò Anteo, figlio di Gea,
separandolo da sua madre, e giunto all’Atlante
si fece portare i tre pomi dorati con l’inganno:
prese e restituì il pesante fardello delle
costellazioni, ma non contento si affaccia
dal muro antico e con freccia veloce
uccide il serpente, ultimo figlio di Ceto,
che grande dolore causò ad Era, sì che
ponendolo tra gli astri, ancora se ne serba
il ricordo. Compiuta la sfida dona i frutti
al tiranno, ma a tale tesoro strappò un pomo
Eris, che inciso “alla più bella” gettò
scompiglio tra Atena, Afrodite ed Era,
che contendendoselo, nacque il trambusto
che ad Elena e a Troia causò triste fine.
Approdarono, poi, su quelle rive remote,
i prodi Argonauti che presto videro le ninfe
esperidee abbattute dal dolore per la sacra
profanazione: Egle, Aretusa, Esperia ed
Eristeide tutte ammirarono cangiar gli arti
in fronde e le dita in rami e foglie,
cambiando il loro sembiante in pioppo,
in salice e in olmo silenziosi.
Così del giardino non rimase più custode
e della propria bellezza nutre se stesso,
invisibile ad occhio umano, nascosto
in antri segreti, nelle ultime terre lontane.
Che ne è oggi del giardino incantato,
luogo di miti e serene unioni,
sede di pace e giustizia divina?
L’uomo moderno se ne è dimenticato.
Ha smesso di cercare nei confini del mondo
le radici dei frutti d’oro della Terra.

AP

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dicembre 22, 2013 · 11:31 am

Le estasi dell’artista

Il musicista

Fra i praticanti di musica sarà giunto, presto o tardi, in un momento di ascolto o di studio, la sensazione assoluta che ciò che l’orecchio sta percependo in quel momento non siano solo suoni (mere vibrazioni nell’aria), ma piccoli frammenti di vita, emozioni, passioni esaltanti, gioia, euforia… Il gradino più accessibile è il sentirsi parte di un grande capolavoro. Se il nostro inconscio, volendosi approcciare ad un’opera di genio, la cui valutazione delle sue qualità artistiche (ritenute universalmente eccezionali) ci dimostra la nostra inadeguatezza e limitata finitezza (vedasi Sindrome di Stendhal) comincia sentirsi a disagio, non dobbiamo smettere di goderne solo per manifestare un presunto ossequio e una facile deferenza nei confronti dei grandi maestri. Anzi! La musica migliore è sempre quella che sentiamo ci racconti qualcosa, che ci sembra parli di noi e che ci è inspiegabilmente vicina e cara. Una volta saputo, l’autore lo possiamo anche dimenticare, perché da quell’istante quella musica è diventata nostra, ci migliora e ci fortifica ogni volta che ne sentiamo il bisogno, ed è sempre lì pronta per noi. Le pagine più belle possono anche non essere quelle più famose, possono essere sconosciute ai più, o note solo a noi stessi. Quello che conta è che ci procuri quel piacere e quell’ebbrezza di svuotamento che fa rinascere il vero Noi rinchiuso e soffocato nelle cupe profondità dell’animo. La musica è riconoscimento di se stessi, e chi ha veramente il potere di aiutarci in questo svelamento si conquista la fama e la gloria nel tempo.

Questo geniale compositore, nel momento in cui una musica, anche solo una melodia, gli si agita in testa, è distratto e inquieto fino a quando non riesce a fermarla in qualche modo. Se è lontano da un qualsiasi strumento la canticchia, la mastica, la mugugna, la rigira con mille variazioni nella sua mente, il più perfetto degli orecchi.  L’oblio è sempre in agguato, e chissà solo quante idee non sono state mai espresse perché risucchiate dalla memoria fallace prima solo di aver segnato il gambo di una nota. Quando, invece, ha davanti a sé i tasti bianchi e neri, si scatena freneticamente. Getta le mani alla ricerca del giusto accordo, del suono perfetto, l’esatta armonia. Le correzioni verranno dopo, prima bisogna assolutamente fermare il concetto, e la cosa non è così facile. Incurante, strimpella (perché ancora non suona), crea, progetta, organizza gli eventi, pianifica e fantastica sui suoni giusti che possono valorizzare al meglio questo o quel punto. Nella sua mente un’orchestra si è già riunita per le prove, e sapendo perfettamente cosa fare, suona solo per lui le sinfonie, i solenni trionfali o i vivaci allegretti, mentre lui deve preoccuparsi solo di far suonare ad altri quello che ha già pronto in testa. Far sentire l’inudibile, far ascoltare la propria idea, una parte del suo mondo, delle sue emozioni e della sua concreta esperienza. Si immagina allora di averli veramente lì davanti, gli orchestrali, che ai suoi cenni e ai suoi attacchi rispondono esattamente alla direzione del compositore. Per questo pare che all’esterno, per chi non ne è a conoscienza, egli sia preso da uno strano delirio che lo agita e gli fa muovere le braccia e le mani in modo scattoso e inconsulto. Incurante di tutti, sordo al mondo, si cura solo della sua musica, beandosi del rapimento che lo salva immaginariamente, e che, se davvero lo volesse, potrebbe non farlo finire mai… Ma ogni sforzo ha i suoi limiti, e a quel punto l’artista è sfinito, consumato, esausto; dopo aver cavato sangue da una rapa se ne esce una dolcissimo e prezioso miele dorato. È soggetto, il musicista, spesso a un lavoro (intellettivo, beninteso) faticoso, impegnativo e (per quanto non possa sembrare) anche duro, che occupa massicciamente l’attenzione e la concentrazione per lungo tempo, i cui risultati, però, lo ripagano grandemente con il giusto e onorevole rispetto che si deve a chi ci salva continuamente e gratuitamente dalle disgrazie e brutture della vita.

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L’utilità dell’inutile

Il Giornale degli Artisti

Delle considerazioni estetiche

Non è una caso che il titolo di questo articoletto sia lo stesso del tanto atteso saggio (uscito in Italia, dopo il risonante successo in Francia) di Nuccio Ordine per la Bompiani. Stavo incredibilmente pensando anch’io a qualcosa del genere, quando il professore mi anticipò decisamente. Quello che seguirà saranno solo brevi sviluppi di idee e scoperte che parallelamente ho incontrato e approfondito nelle mie pur lacunose letture.

                                      Il n’y a rien d’inutile en nature, non pas l’inutilité mesmes.

In natura non c’è niente di inutile, nemmeno l’inutilità stessa.

(Michel de Montaigne, Saggi, 1580-95)

Volendo discutere dell’inutilità, ed in particolare dell’inutilità di oggetti, pensieri e discipline, sorge l’urgenza di capire di quale inutilità si vuole parlare e come mai di inutilità si tratta. Innanzitutto: “[…] ci sono due specie di utilità, e il senso di questo vocabolo è sempre relativo” spiega…

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